Ventosa antico paese del sud

copertina falso

Autore: Erasmo Falso

Presentazione dell’autore.
Erasmo Falso nasce a Carinola (CE), dove la famiglia si trovava deportata a seguito degli eventi bellici che avevano colpito Santi Cosma e Damiano, il 5 giugno 1946.

Rientrato con la famiglia nel proprio paese frequenta gli studi classici, poi l’Università conseguendo la Laurea in Lettere per approdare all’insegnamento dapprima nelle scuole medie e poi in quelle superiori. La sua vita è stata caratterizzata da un intenso ed appassionato amore per il suo paese, Santi Cosma e Damiano ed in particolare per il suo borgo Ventosa, nel quale si impegna in numerose attività di carattere sociale e culturale contribuendo alla creazione della Biblioteca Popolare Don Milani, alla organizzazione delle prime sagre della Stramma, alla Rappresentazione della Passione Vivente nonchè a numerose rappresentazioni teatrali cui egli si dedica sia nel suo impegno scolastico che in quello extra scolastico. Proprio in questo ruolo diventa Presidente dell’Associazione Gruppo Polifonico Teatrale “Gli Casali”, con il quale coordina la preparazione di numerose rappresentazioni che porteranno il gruppo a girare tutta la provincia e anche oltre!

Sottolineato anche il suo impegno politico, come Assessore e Consigliere del paese aurunco, che lo vide sempre pronto a combattere per la difesa e gli interessi del suo paese dando luogo anche all’organizzazione di un’intensa attività culturale. Un male incurabile lo colse togliendoli la vita il 28 gennaio 2004, assistito amorevolmente dai suoi familiari che ancora oggi, insieme a tutta la comunità, sentono la mancanza di un personaggio dedito, nonostante il suo handicap fisico, alla crescita sociale e culturale della sua comunità.

Recensione.
Raccontare il proprio paese è sempre un’impresa difficile, perché le ragioni del cuore possono, in ogni momento e ad ogni sussulto della memoria, imporsi col rischio per l’autore di cedere alla retorica e di travalicare quella verità che è dato indispensabile per ogni forma di scrittura. Erasmo Falso ha saputo evitare questo pericolo e ha saputo fondere, nel raccontare Ventosa, la storia e il mito, i dati scientifici della sua ricerca, le memoria orali e le sue conoscenze dirette. Così egli ci consegna la storia di una piccola comunità, di un villaggio, Ventosa, paese fatto di sassi e di vento, di ulivi e di strame, in una serie di rapidi ed intensi capitoletti accompagnati da puntualissime note, da quando il nome di Ventosa è registrato per la prima volta ad oggi.


Estratto dal libro.
Gli uomini e le donne di Ventosa, anche loro, non si sono mai sentiti artigiani, creatori dell’arte, un pò per l’umiltà innata che è nei contadini, un pò perché, essendo una preoccupazione collettiva e, al tempo stesso, secondaria, la lavorazione della stramma non l’hanno mai avvertita come espressione delle capacità creative individuali, hanno preferito farsi chiamare sempre contadini è non stuoiai o strammari.

Era ancora notte fonda che le donne, chiamandosi, prendevano la via dei monti. Arrivate sul luogo prescelto, si dividevano e in un attimo ciascuna di loro, con una mano forte sul falcetto e l’altra nuda e sicura sull’erba tagliente, si accaniva sul cespuglio di stramma.

Scoteliava quindi l’erba ammucchiata accanto aglio strammaro e formava le possarelle, per se è per l’asino se ce la aveva. Prima che il sole fosse alto le donne se ne scendevano.

Gli occhi scomparivano sotto le foglie lunghe di fasci icollati sulla sparra ma luccicavano di gioia contenuta, incuranti dei rivoli di sudore che venivano giu dalle tempie e dalla fronte.

In paese la processione si rompeva per dar vita a piccoli crocchi. Bisognava subito mettere a seccare la stramma. La casa poteva aspettare. Se si era nella bella stagione, tutto era più facile e sbrigativo. La stramma veniva spasa per terra, aperta a ventaglio, e là rimaneva per alcuni giorni, o di più se si voleva che il sole le donasse il colore sereno ed elegante della paglia. Dall’autunno e dall’inverno, invece, poiché l’aiuto del sole era più debole, l’erba la si doveva prima ntogni e solo ntosa veniva spasa. Questa volta, per, non a ventaglio ma a campanello.

Il campanello faceva scivolare le gocce della pioggiagia nemica. La stramma ama il sole, che la fa innalzare e gonfiare anche tra i sassi, mentre, una volta tagliata, si fa brutta e fracida se colpita dalla umidità,o peggio, dalla pioggia.

Alla essiccazione seguiva la battitura. Di solito si mazzuccava al tramonto. La stramma, che veniva poi bagnata e messa ad asciugare, la mattina dopo doveva essere pronta per tutta la giornata. Non si poteva perdere tempo. Erano battiti e suoni forti e ritmati che si richiamavano per tutto il paese e si aggiungevano alla voce allegra della campana nel momento della Avemaria. Nel fresco gradevole e salutare dell alba estiva la jettila già si ammucchiava e si allungava nelle vie. In breve ogni spiazzo del paese si riempiva e diveniva un animato salotto al aperto. Nelle giornate fredde e piovose, invece, quando non cera neppure una spera di sole da sfruttare ai piedi di un muro o di una macera, si lavorava vicino al focolare. E qui, presa la stramma conservata nelle sale, si lavorava sino a sera, spesso sino a quando gli occhi delle donne non si chiudevano e le spalle non dondolavano in avanti facendo sobbalzare la treccia tra le mani ancora in moto. Intorno alla stramma si parlava e si parlava.